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martedì 30 giugno 2015

Firenze 16 posti all'Agenzia per la sicurezza nelle ferrovie

Lavoro: a Firenze 16 posti all'Agenzia per la sicurezza nelle ferrovie

​E' stata indetta da pochi giorni una procedura di mobilità per la copertura di 25 posti nelle categorie funzionari e collaboratori da inquadrare nell'area tecnica per le sedi di Firenze (16 posti) e di Roma dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle Ferrovie.

Per sede fiorentina si ricercano i seguenti profili: funzionario tecnico per norme d'esercizio, standard tecnici, autorizzazioni e certificazioni, ispettorato e controlli (8 posti), funzionario tecnico monitoraggio e banche dati (3 posti), collaboratore tecnico norme d'esercizio, autorizzazioni e certificazioni, ispettorato e controlli (2 posti), collaboratore tecnico banche dati (3 posti).

Alla procedura di mobilità e selezione possono partecipare i dipendenti a tempo indeterminato della Pubblica Amministrazione in possesso dei requisiti previsti dal bando, tra i quali un titolo di studio tra architettura, ingegneria o istituto tecnico per geometri.

La domanda deve pervenire entro il 10 agosto 2015. Il testo integrale del bando, con tutte le informazioni del caso e il modulo della domanda, è disponibile sul sito dell'Agenzia www.ansf.it, nella sezione amministrazione trasparente, sottosezione bandi di concorso.

I lavori in spazi confinati

lavori in spazi confinatiI lavori in spazi confinati sui quali prestare attenzione sono: serbatoi, silos, reti fognarie, sistemi di drenaggio chiusi, cisterne aperte, vasche, camere di combustione all’interno dei forni, tubazioni.

Si tratta per lo più di lavori in appalto o subappalto dove le modalità di accadimento si ripetono e sono imputabili sempre alle stesse cause: carenza di informazione ed addestramento sui rischi presenti nell’area di lavoro, mancato coordinamento tra impresa appaltante e imprese o lavoratori autonomi appaltatori.

Proprio per favorire la prevenzione di incidenti negli spazi confinati di Expo 2015, il Servizio Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro dell’ Azienda Sanitaria Locale di Milano ha elaborato il quaderno tecnico “Attività in ambienti sospetti di inquinamento o confinati (DPR 177/2011). Riferimenti normativi e requisiti di sicurezza”, curato dal Gruppo di Lavoro sugli Ambienti Confinati, costituito da Medici e Tecnici della Prevenzione del Servizio PSAL. Un manuale rivolto principalmente a chi gestisce le attività negli ambienti sospetti di inquinamento o confinati, di cui al DPR 177/2011, e in cui sono riportati sia i riferimenti normativi specifici che i requisiti necessari per svolgere queste attività in condizioni di sicurezza.

Nel documento dell’Asl di Milano si riportano precise indicazioni sulla classificazione degli ambienti confinati con riferimento alla classificazione proposta da OSHA che “definisce spazio confinato un luogo in cui sussistono le seguenti condizioni:
A. largo abbastanza da consentire ad un lavoratore di entrare interamente con il corpo ed eseguire il lavoro assegnato;
B. che crea limitazioni e/o impedimenti per l’ingresso o l’uscita (cioè non si riesce ad entrare o uscire senza piegarsi, senza ostacoli, senza salire o scendere, senza girarsi o contorcersi);
C. non è progettato per essere occupato continuativamente da un lavoratore”.

E se nello spazio così identificato si verifica una delle seguenti condizioni:
- rischio anche potenziale di atmosfera pericolosa
- rischio di seppellimento
- rischio di intrappolamento
- rischio grave di altro tipo
“è necessario richiedere obbligatoriamente un permesso per consentire l’accesso”. E per evitare di introdurre ulteriori definizioni – continua il quaderno tecnico – “si ritiene che lo stesso possa coincidere col permesso di lavoro”.

Nel documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, è riportata una tabella di classificazione degli spazi confinati, divisi in tre classi a seconda delle caratteristiche (spazio confinato che presenta un alto e immediato rischio per la salute e la vita del lavoratore; spazio confinato non immediatamente pericoloso ma che può portare a situazioni di infortunio se non vengono adottate misure preventive; spazio confinato in cui il rischio è trascurabile e non è prevedibile un peggioramento), dell’ossigeno presente, dell’esplodibilità e della tossicità. 

Dopo essersi soffermato sui requisiti dell’idoneità tecnico professionale delle ditte in appalto e sui requisiti dei contratti di subappalto, il manuale offre utili informazioni sui requisiti di qualificazione per svolgere attività in ambienti sospetti di inquinamento o confinati con riferimento a quanto richiesto dalla normativa nazionale (D.lgs. 81/2008, DPR 177/2011 e D.Lgs. 276/2003):
- valutazione dei rischi: “documentazione che attesti l’integrale applicazione delle vigenti disposizioni in materia di valutazione dei rischi”;
- sorveglianza sanitaria: “documentazione che attesti l’applicazione delle vigenti disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria (idoneità specifica alla mansione) anche per i lavoratori autonomi e le imprese familiari”;
- gestione delle emergenze: “documentazione sulle misure di gestione delle emergenze previste anche per lavoratori autonomi e imprese familiari”;
- requisito esperienziale: “documentazione che attesti che il personale presente (in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro) nonché il preposto abbia esperienza almeno triennale dimostrabile” relativa a lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati;
- informazione/formazione/addestramento: “documentazione attestante l’attività di informazione/formazione/addestramento di tutto il personale, ivi compreso il datore di lavoro ove impiegato per attività lavorative in ambienti sospetti di inquinamento o confinati”;
- regolarità contrattuale: “i lavoratori sono assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ovvero anche con altre tipologie contrattuali o di appalto. In caso di appalto i relativi contratti sono stati preventivamente certificati”;
- regolarità contributiva: “disponibilità del Documento unico di regolarità contributiva”;
- costi delle misure di sicurezza: “indicazione nei contratti di appalto/sub-appalto dei costi delle misure adottate per eliminare/ridurre al minimo i rischi i materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Veniamo ad una breve presentazione della valutazione del rischio correlata a questi ambienti a rischio.

Questi i requisiti della valutazione:
- “valutazione preventiva della possibilità di non accedere all’ambiente confinato per l’esecuzione del lavoro;
- valutazione dei rischi connessi all’accesso in ambiente confinato;
- predisposizione di una specifica procedura di lavoro a seguito della valutazione;
- se risulta che l’ambiente ha contenuto in precedenza fluidi/solidi pericolosi, disponibilità delle schede di sicurezza”.
E la valutazione deve riguardare “almeno i seguenti rischi:
A. chimico: riduzione della concentrazione di ossigeno; incendio dovuto a incremento del tenore di ossigeno/esplosione da dispersione di sostanze infiammabili e/o polveri combustibili; presenza di gas o vapori tossici, asfissianti, infiammabili o esplosivi, specie in rapporto alla natura geologica del terreno o alla vicinanza di fabbriche, depositi, raffinerie, stazioni di compressione e di decompressione, metanodotti e condutture di gas, che possono dar luogo ad infiltrazione di sostanze pericolose/ polveri comprese quelle derivanti da esposizione all’amianto;
B. biologico: contaminazione con agenti biologici di varia natura a secondo delle caratteristiche dell’ambiente operativo (es. fogne);
C. fisico: ustioni/congelamento per presenza di parti ad elevata/bassa temperatura ingresso in macchine termiche (es. evaporatori, caldaie, scambiatori); rumore/vibrazioni/campi elettromagnetici (CEM);
D. elettrico: impianti/apparecchi non adeguati; danneggiamento/perdita dell’isolamento; rischio di elettrocuzione, specie per attività all’interno di luoghi conduttori ristretti;
E. investimento/schiacciamento: accesso da aree stradali; caduta di gravi; errori di manovra di attrezzature/veicoli;
F. caduta: impiego di attrezzature non adeguate; impiego di attrezzature in maniera errata (es. scale portatili troppo corte o non vincolate); mancato utilizzo dei DPI anticaduta;
G. annegamento/seppellimento: impiego di attrezzature di intercettazione del flusso non adeguate; tracimazioni/eventi meteorici improvvisi; operazioni su materiali solidi instabili;
H. altri rischi: interferenze con altre lavorazioni; temperature estreme; seppellimento da materiali instabili, caduta di oggetti dall’alto; superfici bagnate e scivolose; posture disagevoli; rischi di natura psicologica (es. claustrofobia)”.

E la procedura di lavoro correlata alla valutazione del rischio effettuata deve contenere almeno:
- “l’individuazione del tipo di lavoro (meccanico, elettrico, edile, ecc.), con caratterizzazione del luogo in cui viene effettuato l’intervento;
- l’individuazione delle persone, delle competenze e della specializzazione necessarie per eseguire il lavoro;
- la scomposizione dell’intervento in fasi e la descrizione delle stesse in ordine cronologico;
- i mezzi personali e collettivi di protezione, la cartellonistica da adottare contro i pericoli evidenziati e l’individuazione delle attrezzature, delle macchine e delle modalità di lavoro per svolgere in sicurezza ogni singola fase”.

Concludiamo con qualche informazione sulla predisposizione di uno specifico piano di emergenza, derivante dall’analisi dei rischi.

Il piano di emergenza dovrà contenere anche indicazioni relative a:
- “informazione, formazione ed addestramento del personale addetto all’emergenza;
- disponibilità delle attrezzature e dei DPI per le vie respiratorie per il soccorso e il salvataggio;
- definizione di uno specifico percorso per l’accesso dei mezzi di soccorso armonizzato con il piano di viabilità generale”.
E in particolare l’addestramento deve riguardare:
- “l’uso dei DPI di III categoria;
- l’uso degli strumenti di misura per rilevare il tenore di ossigeno, gas/vapori infiammabili e gas tossici;
- l’uso dei mezzi e attrezzature di soccorso e salvataggio”.

I temi affrontati dal quaderno tecnico:

Classificazione degli ambienti confinati
Idoneità Tecnico Professionale delle ditte in appalto
Requisiti di qualificazione
Contratti di subappalto tra impresa affidataria e impresa esecutrice o lavoratori autonomi
Valutazione del rischio
Piano di emergenza
Permesso di lavoro
DPI – strumentazioni – attrezzature
Aperture e percorsi per l’accesso
Lavori elettrici
Lavori di saldatura
Sorveglianza sanitaria
Formazione per operatori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati

Infortunio sicurezza lavoro

Tante misure per nulla
Il Centro regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte ( Dors) raccoglie  storie d'infortunio rielaborate dagli operatori dei Servizi PreSAL delle ASL piemontesi a partire dalle inchieste di infortunio, con la convinzione che conoscere come e perché è accaduto sia una condizione indispensabile per proporre soluzioni efficaci per la prevenzione. In questa storia, dal titolo “Tante misure per nulla” (a cura di Marcello Libener, Servizio Pre.S.A.L. della Asl AL),un lavoratore è caduto da circa 6 metri e mezzo per il cedimento di un parapetto provvisorio procurandosi gravi lesioni.

Tante misure per nulla
a cura di Marcello Libener, Servizio Pre.S.A.L. della Asl AL

Che cosa è successo
Nel corso dei lavori per la realizzazione di un impianto fotovoltaico sulla copertura dei fabbricati di un'impresa agricola, un lavoratore è caduto da circa 6 metri e mezzo per il cedimento di un parapetto provvisorio procurandosi gravi lesioni tra cui fratture al bacino, all'osso sacro, al braccio sinistro, oltre a lesioni a un rene, a un polmone, alla bocca, in particolare ai denti.

Chi è stato coinvolto
Roberto è un uomo di 37 anni che ha esperienza di parecchi anni come muratore e che lavora in una piccola impresa dedita soprattutto alla realizzazione di nuove coperture.
Quest’ultima nel 2010 ha ampliato il proprio giro d'affari nel campo della realizzazione di impianti fotovoltaici.
Inail ha riconosciuto a Roberto l’inabilità temporanea di 310 giorni e un’invalidità permanente del 23%. Anche a seguito della crisi economica, il lavoratore non ha più avuto un contratto a tempo indeterminato.

Dove e quando
Il luogo dove è avvenuto l'infortunio si trova in un’area circondata da terreni coltivati.
Il proprietario dell’azienda disponeva di fabbricati non utilizzati le cui superfici di copertura erano appetibili per usufruire di incentivi per l'installazione di impianti fotovoltaici. Ha quindi ceduto le superfici a un’impresa specializzata nella realizzazione e gestione di tali impianti. Poiché gli incentivi stavano per scadere, i tempi per lo svolgimento dei lavori erano particolarmente ridotti.
L'impresa per cui lavorava Roberto era una sub-appaltatrice dell' impresa affidataria per la realizzazione delle nuove coperture, ma in cantiere avevano operato altre imprese. Sul fabbricato in lavorazione erano state rimosse per metà della superficie le lastre in cemento amianto e il giorno dell’infortunio si stava procedendo alla realizzazione della nuova copertura.

Come
Quella mattina Roberto ha raggiunto la quota di lavoro con una scala a elementi innestabili insieme al collega Marco, lavoratore autonomo. Una volta in quota, i due dovevano percorrere una superficie costituita da travi in cemento parallele perché un’altra impresa aveva eliminato le lastre di copertura in cemento amianto.
La zona di lavoro era dotata di varie protezioni contro la caduta verso il vuoto: parapetti provvisori sui bordi, reti anticaduta sotto una parte dell'area di lavoro, parti di ponteggio su un lato.
Roberto ha posato il piede sull’unico pannello già posizionato ma non fissato ed ha perso l’equilibrio. Si è appoggiato al parapetto laterale posto a protezione del bordo che non ha offerto la resistenza prevista perché si è sganciato dalla trave cui era vincolato facendo cadere rovinosamente Roberto a terra.
Anche se non ha perso conoscenza Roberto ricorda poco di quei momenti.
“...abbiamo camminato sulla lastra già posizionata ed io mi sono recato sull'angolo. A un certo punto ricordo che ho perso l'equilibrio e che la barriera non mi ha tenuto, ma non so dire se perché si è rotta o altro.”
Dopo l'infortunio, il parapetto di protezione del bordo era divelto in prossimità dell’angolo sud-ovest della copertura del fabbricato.

Perché

Il parapetto di protezione del bordo del tetto non era stato installato correttamente e non ha sostenuto il lavoratore quando si è appoggiato dopo aver perso l’equilibrio.
Inoltre, pur non essendo chiaro se il lavoratore disponesse di imbracature di sicurezza, mancavano le linee vita a cui ancorarsi.

Cosa si è appreso dall’inchiesta
Il cantiere prevedeva diverse fasi lavorative che, per il fabbricato da cui è caduto Roberto,
erano così riassumibili:
·         approntamento degli apprestamenti contro le cadute dall'alto (ponteggio, parapetti provvisori, reti anticaduta);
·         rimozione delle lastre di copertura in cemento amianto;
·         realizzazione della nuova copertura;
·         installazione dell'impianto fotovoltaico.
sicurezza lavoro

Il capannone dove operavano i due lavoratori aveva una copertura costituita da lastre in cemento amianto per circa 1.000 m2 ma metà delle lastre erano state rimosse senza che fosse stato presentato un piano di lavoro allo SPreSAL.
Le misure di protezione contro la caduta dall'alto previste dal Piano di Sicurezza e Coordinamento ( PSC) erano costituite da elementi di ponteggio su un lato, parapetti sui quattro bordi, reti anticaduta su una parte dell'area sotto quella di lavoro.

Tante misure per nulla: l'insieme degli apprestamenti non forniva una protezione adeguata per i lavoratori che operavano in quota.
Entrambi i lavoratori hanno asserito di aver indossato dispositivi anticaduta anche se Marco, collega dell’infortunato, dopo un’ora dall'incidente non è stato in grado di dire quale dei due dispositivi avesse utilizzato quella mattina.
“Eravamo dotati di imbracatura di sicurezza, non ricordo quale delle due presenti in cantiere avessi usato io e quale Roberto”.
Questo aspetto è poco rilevante in quanto entrambe le imbracature erano prive di cordino. Una delle due era una cintura di posizionamento e alla quota di lavoro non sono stati rinvenuti ancoraggi o linee vita idonee all'utilizzo delle imbracature.

L’adeguatezza dei parapetti provvisori, installati da Marco con l’aiuto di altri, è stata certificata da una relazione tecnica. Secondo le testimonianze di Marco, a questa attività aveva partecipato anche Roberto il quale, tuttavia, ha negato di aver montato parapetti in cantiere.
La relazione tecnica, redatta successivamente all’installazione dei parapetti, ribadisce l’utilizzo dei parapetti di tipo “Veroni 103” (non più “Veroni 104” come nel PSC) per le due testate e del tipo “Veroni 112 L” per i due lati. Nella relazione si certifica l’adeguatezza dell’installazione e si attesta il rispetto dell’interasse (distanza tra un montante e l’altro) di 1.400 mm. A questo proposito, gli accertamenti hanno chiarito che:
- la tipologia dei parapetti non era adatta allo scopo perché doveva essere usata su supporto in legno e non in cemento armato come nel caso specifico;
- i parapetti lungo i bordi dei lati sud e nord non garantivano una protezione idonea perché erano costituiti solamente da due correnti ed erano circa 10 cm più corti rispetto al metro considerato sufficiente a proteggere contro la caduta dall’alto;
- come è avvenuto per il montante che si è sganciato (fatto non più verificabile), i parapetti non erano fissati adeguatamente come è evidente anche per il 5° montante posto sul lato ovest contando dall’angolo dal quale è caduto Roberto;
- la relazione di calcolo non considera l’inidoneità della tipologia di parapetto utilizzato lungo i bordi dei due lati più lunghi del fabbricato ovvero non indica come la tipologia di parapetto “Veroni 112 L” possa essere adattato ad un supporto diverso dal legno e perché non sia rispettato l’interasse (distanza tra un montante e l’altro) minimo di 1.400 mm;
- la soluzione adottata si è rivelata assolutamente inadeguata essendo evidente nel corso del sopralluogo che l’installazione dei parapetti sulle due testate ha comportato la preventiva demolizione delle parti più esterne delle lastre di copertura in cemento amianto (bordi lati ovest ed est per la parte di lastre ancora in opera).

Raccomandazioni
La situazione del cantiere al momento dell’incidente può essere sintetizzata con la frase “tante soluzioni, nessuna soluzione”.
La realizzazione di lavori su copertura, soprattutto quando le attività sono complesse e la tipologia di copertura è particolarmente problematica per l’assenza di una solida soletta, deve essere preceduta da un’attenta analisi della situazione e da una progettazione accurata della sicurezza.
L’inadeguatezza delle soluzioni contro le cadute dall’alto avrebbe dovuto essere rilevata da tutti quelli che in cantiere avevano responsabilità in materia: Coordinatore per l’esecuzione, Datore di Lavoro dell’impresa di Roberto, Datore di Lavoro dell’impresa affidataria, Datore di Lavoro dell’impresa che ha rimosso le lastre di cemento amianto.
Viceversa tutti hanno proseguito le loro attività in cantiere supportati (solo formalmente) dalla relazione tecnica relativa alla corretta installazione dei parapetti che, come si è visto, è risultata non solo superficiale e frutto di una presa d’atto di quanto fatto in cantiere, ma addirittura errata.
È quindi necessario che in cantiere le verifiche sulle principali soluzioni di sicurezza siano effettuate da tutti coloro cui competono non delegando ciecamente tale funzione ad altri.
In cantiere erano applicate tante possibili soluzioni (ponteggi, parapetti, reti, imbracature) senza che fosse garantita la sicurezza dei lavoratori perché una misura era scollegata dalle altre.
Roberto si è trovato a dover lavorare a un’altezza considerevole affidandosi principalmente alla sua capacità di non perdere l’equilibrio.

L’utilizzo di parapetti con montanti a vite non è consigliabile per questo tipo di lavori in quanto la rimozione e poi l’installazione dei pannelli di copertura non consente un corretto utilizzo di quel tipo di parapetto.
Per questo lavoro era possibile utilizzare una piattaforma elevabile abbinata ad attrezzature di sollevamento per portare in quota il materiale, salendo sulla copertura solo dopo il suo completamento e dopo il montaggio di idonei parapetti o linee anticaduta.
L’adozione di parapetti provvisori, largamente in uso nel comparto edile, deve essere effettuata sulla base di un’analisi dei bordi da proteggere unitamente a materiale del supporto, pendenze della falda, tipologia di lavori e ulteriori altre variabili. La validità della scelta effettuata deve essere verificata non solo da chi ha responsabilità sull’organizzazione del cantiere (Coordinatori per la sicurezza) ma anche da chi ha il compito di installare il sistema di protezione.
Infine, una volta scelto il parapetto più idoneo dovrà essere verificata la sua adeguata installazione.
In sintesi: scegliere il sistema di protezione più efficace (anche in relazione al rischio di caduta dall’alto nel perimetro del fabbricato), individuare l’eventuale parapetto provvisorio più indicato per quella tipologia di lavoro in quota, installare correttamente l’apprestamento e se lo stesso rimane in posa per molto tempo, verificare periodicamente il mantenimento dell’efficienza del sistema.
Gli ambiti lavorativi che per vari motivi concentrano volumi crescenti di attività in brevi periodi di tempo, come la realizzazione di impianti di produzione dell’energia elettrica su stimolo di incentivi a breve scadenza, devono prevedere un’accurata progettazione delle soluzioni di sicurezza (e salute) del lavoro, evitando che a causa della fretta si debba operare in situazioni di sicurezza inaccettabili. Questa indicazione vale principalmente per i soggetti di cantiere ma anche per gli organi di vigilanza.

Procedure di apposizione della segnaletica stradale

il coordinatore e la sicurezza nella posa della segnaletica
art. 100 del d.lgs. n. 81/2008L’articolo 2 del Decreto del 4 marzo 2013, articolo che sarà più volte citato da interpellante e Commissione:

Articolo 2
Procedure di apposizione della segnaletica stradale
1.Nelle attività di apposizione della segnaletica per la delimitazione di cantieri stradali in presenza di traffico veicolare, i gestori delle infrastrutture, quali definiti dall’articolo 14 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e le imprese appaltatrici, esecutrici o affidatarie, applicano almeno i criteri minimi di sicurezza di cui all’allegato I. Della adozione e applicazione dei criteri minimi di cui al precedente capoverso i gestori delle infrastrutture, quali definiti dall’articolo 14 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, le imprese appaltatrici, esecutrici e affidatarie danno evidenza nei documenti della sicurezza di cui agli articoli 17, 26, 96 e 100 del d.lgs. n. 81/2008.

L’Interpello n. 1/2015 del 24 giugno 2015 ha dunque per oggetto la “risposta al quesito inerente i criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare”, un quesito sottoposto dalla Federazione Sindacale Italiana dei Tecnici e Coordinatori della Sicurezza ( Federcoordinatori) alla Commissione per gli interpelli più di un anno fa.

L’interpellante vuole sapere il parere della Commissione in merito alla corretta interpretazione dell'art. 2 del decreto interministeriale del 4 marzo 2013.

In particolare si evidenzia che ‘nell’art. 2 del decreto di cui all'oggetto, viene indicato come l'adozione e l'applicazione dei criteri minimi di sicurezza descritti nell'allegato I, siano in capo ai gestori delle infrastrutture, alle imprese appaltatrici, esecutrici e affidatarie che devono darne evidenza nei documenti di sicurezza di cui agli art. 17; 26; 96 e 100 del D.Lgs. 81/2008 e smi. Ora, gli articoli 17, 26 e 96 sono riferiti ad obblighi riconducibili al Committente ovvero al Datore di lavoro per la redazione di documenti di sicurezza [...], mentre l 'art. 100 del d.lgs. n. 81/2008 è relativo a un documento, il Piano di Sicurezza e Coordinamento, redatto dal Coordinatore per la Sicurezza. In nessuna parte del decreto si fa riferimento alla figura del Coordinatore per la Sicurezza se non per questo art. 100. Come dunque può rientrare la figura del Coordinatore in questo decreto? Quali i suoi compiti previsti?
Considerato come i precedenti articoli siano riferiti tutti ad obblighi è possibile che invece che all'art. 100 si volesse far riferimento all'art. 90 relativo agli obblighi in capo al Committente o Responsabile dei lavori, tra cui vi è quello relativo la nomina del Coordinatore che redige il PSC?".
 
Procedure di apposizione della segnaletica stradale
Per poter rispondere la Commissione ricorda innanzitutto che il decreto del 4 marzo 2013 “ha lo scopo di individuare i criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare”. E le attività di cui al comma 1 dell'art. 1 del decreto fanno riferimento alle situazioni esplicitate nei principi per il segnalamento temporaneo di cui all'articolo 2 del disciplinare approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 10 luglio 2002 (art.1, co. 2, del decreto)”.
E per salvaguardare la sicurezza, mantenendo comunque una adeguata fluidità della circolazione, “il segnalamento temporaneo deve: informare gli utenti, guidarli, convincerli a tenere un comportamento adeguato ad una situazione non abituale”.

Inoltre l'art. 91 del d.lgs. n. 81/2008 prevede che "il coordinatore per la progettazione:
a) redige il piano di sicurezza e di coordinamento di cui all'articolo 100, comma 1, i cui contenuti sono dettagliatamente specificati nell'allegato XV”.

Con queste premesse la Commissione fornisce le seguenti indicazioni.

Si indica che con il decreto in argomento “viene ‘ampliato’ il raggio di azione dei regolamenti previgenti, definendo i criteri minimi per la posa, il mantenimento e la rimozione della segnaletica di delimitazione e di segnalazione delle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare”. E l'allegato XV, punto 2.2.1. lett. b), del d.lgs. n. 81/2008 “stabilisce che il piano di sicurezza e coordinamento, di competenza del coordinatore per l
a sicurezza, deve contenere ‘l'analisi degli elementi essenziali di cui all’allegalo XV.2, in relazione: [...] all'eventuale presenza di fattori esterni che comportano rischi per il cantiere, con particolare attenzione ai lavori stradali ed autostradali al fine di garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori impiegati nei confronti dei rischi derivanti dal traffico circostante’”.

E dunque “il riferimento all'art. 100 del d.lgs. n. 81/2008 non appare inappropriato con le finalità del decreto in oggetto, anche se tra le figure elencate per l'applicazione dei criteri minimi, non è espressamente menzionato il coordinatore per la sicurezza”.


locali semisotterranei e sotterranei

locali semisotterranei e sotterranei
Articolo 65 - Locali sotterranei o semisotterranei
1. È vietato destinare al lavoro locali chiusi sotterranei o semisotterranei.
2. In deroga alle disposizioni di cui al comma 1, possono essere destinati al lavoro locali chiusi sotterranei o semisotterranei, quando ricorrano particolari esigenze tecniche. In tali casi il datore di lavoro provvede ad assicurare idonee condizioni di aerazione, di illuminazione e di microclima.
3. L’organo di vigilanza può consentire l’uso dei locali chiusi sotterranei o semisotterranei anche per altre lavorazioni per le quali non ricorrono le esigenze tecniche, quando dette lavorazioni non diano luogo ad emissioni di agenti nocivi, sempre che siano rispettate le norme del presente decreto legislativo e si sia provveduto ad assicurare le condizioni di cui al comma 2.

Nel Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro ( D.Lgs. 81/2008), il comma 1 dell’articolo 65 (nel Titolo II, relativo ai luoghi di lavoro) vieta l’utilizzo, per qualsiasi attività lavorativa, dei locali semisotterranei e sotterranei, ma inserisce una successiva deroga al divieto.
È evidente che, in questa situazione normativa “articolata”, possano sorgere dubbi e interpretazioni diverse sui confini e sui criteri delle deroghe previste per legge.
Proprio per dare una risposta ad alcuni di questi dubbi, è stato pubblicato dalla Commissione per gli interpelli l’Interpello n. 5/2015 del 24 giugno 2015 che ha per oggetto la “risposta al quesito relativo all'art. 65 del d.lgs. n. 81/2008 sui locali interrati e seminterrati”.
Si parte da un’istanza di interpello da parte del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) in merito alla corretta interpretazione dell'art. 65 del Testo Unico.
Infatti il CNI scrive che ‘il decreto legislativo n. 81/2008 prevede, all'art.65, commi 2 e 3, che, in deroga, possono essere destinati al lavoro, locali chiusi sotterranei o semisotterranei, quando ricorrano particolari esigenze tecniche (comma 2) e comunque anche per altre lavorazioni per le quali non ricorrono le esigenze tecniche (comma 3) in assenza di emissioni di agenti nocivi, assicurando sempre idonee condizioni di aerazione meccanica e/o naturale, di illuminazione artificiale e di microclima (bar, ristoranti, attività commerciali, ecc.). L'ordine degli ingegneri ritiene che, alle condizioni suddette, vi possa essere permanenza di lavoratori in detti locali per l'intera giornata lavorativa contrattuale".

Quello che chiede dunque il Consiglio Nazionale degli Ingegneri alla Commissione è la “conferma della correttezza di tale interpretazione”.

Prima di rispondere la Commissione per gli interpelli, prevista dall’articolo 12 comma 2 del Testo Unico in materia di salute e sicurezza nel lavoro, segnala che “le modalità di utilizzo dei locali sotterranei o semisotterranei sono regolamentate dall'art. 65 del d.lgs. n. 81/2008”. E si sottolinea che il comma 3 dell'articolo “attribuisce all'organo di vigilanza il potere di ‘consentire l'uso dei locali chiusi sotterranei o semisotterranei anche per altre lavorazioni per le quali non ricorrono le esigenze tecniche, quando dette lavorazioni non diano luogo ad emissioni di agenti nocivi, sempre che siano rispettate le norme del presente decreto legislativo e si sia provveduto ad assicurare le condizioni di cui al comma 2’”.

Ricordiamo, a questo proposito, che sui siti di molte Aziende Sanitarie Locali, sono presenti precise indicazioni relative alle documentazioni necessarie, ai criteri di deroga e alle linee guide per l’utilizzo di locali interrati e seminterrati destinati alla permanenza di persone per attività lavorativa.

Torniamo all’interpello e alla risposta fornita dalla Commissione.

Si indica che “il potere attribuito all' organo di vigilanza, dal succitato art. 65 comma 3, si concretizza in uno specifico potere autorizzativo atto a rimuovere, con un determinato provvedimento, i limiti posti dall'ordinamento all'utilizzazione dei locali sotterranei o semisotterranei, previa verifica della compatibilità di tale esercizio con il bene tutelato e costituito, nel caso in specie, dalla salute e sicurezza dei lavoratori”.

Fatta questa premessa, il provvedimento di autorizzazione “deve essere congruamente motivato in ordine a quanto previsto al comma 3 dell'art. 65, il quale impone che le predette lavorazioni ‘non diano luogo ad emissione di agenti nocivi’, presuppone il rispetto del d.lgs. n. 81/2008 e, in particolare, richiede la verifica che si sia provveduto ad assicurare idonee condizioni di aerazione, di illuminazione e di microclima (comma 2, art. 65, d.lgs. n. 81/2008)”.

E si desume infine che “nell'ambito dell'atto autorizzativo anche eventuali limitazioni sull'orario di lavoro devono trovare una concreta e determinata motivazione strettamente correlata alle esigenze imposte e specificate dalla norma medesima”.

formazione lavoratori e mansioni

formazione lavoratori e mansioni
Il datore di lavoro deve predisporre tutte le misure necessarie per proteggere la salute e la sicurezza dei lavoratori che esercitano qualsiasi attività all’interno dell’azienda.

Il D.Lgs. 81/2008, contempla la formazione, l’informazione e l’addestramento come dei percorsi necessari che devono seguire i lavoratori per apprendere le regole e le metodologie che fanno parte del sistema prevenzionistico.

Attraverso la formazione si intende insegnare ai lavoratori quel complesso di nozioni e procedure indispensabili, finalizzate al conseguimento di quelle capacità che permettono agli stessi di lavorare sia riducendo i rischi, sia tutelando la sicurezza personale.
Con l’informazione i lavoratori imparano a riconoscere, e di conseguenza a ridimensionare e a controllare, i rischi presenti in azienda. Infine tramite l’addestramento i dipendenti si esercitano ad utilizzare in modo pratico e corretto le attrezzature, i macchinari, i dispositivi e tutte le strumentazioni che servono per le fasi di lavoro o per gli interventi resi necessari dalle situazioni di rischio.

Il Decreto stabilisce anche quali sono le figure aziendali che devono svolgere il ruolo di formatori e che tipo di formazione devono svolgere nei confronti dei lavoratori. Oltre a dirigenti e preposti, medico competente e Servizio di Protezione e Prevenzione, la legge dispone che “il datore di lavoro provvede affinché ciascun lavoratore riceva una adeguata informazione” (art. 36 D.Lgs. 81/2008).

L’articolo 37 del Decreto legislativo 81/2008, in materia di formazione ai lavoratori, indica che il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a (...) rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda.
Alle mansioni, ma in questo caso con riferimento alla valutazione del rischio, fa riferimento anche l’articolo 28 (Oggetto della valutazione del rischio) dove al comma 2 si indica che il documento redatto a conclusione della valutazione deve contenere l’individuazione delle mansioni che eventualmente espongono i lavoratori a rischi specifici che richiedono una riconosciuta capacità professionale, specifica esperienza, adeguata formazione e addestramento.

Il tema delle mansioni e dell’adattamento di due cardini del Testo Unico, come la valutazione dei rischi e la formazione, alle attività effettivamente svolte, è dunque ben presente nella nostra normativa sulla sicurezza. Ed è stata tra l’altro in questi anni anche ripreso dalle  sentenze della Corte di Cassazione che hanno ribadito l’importanza di una formazione correlata alle  mansioni effettivamente svolte.
Tuttavia quali sono le conseguenze di questa correlazione e le modalità con cui un’azienda, un datore di lavoro, possono non solo adempiere a quanto richiesto dalla legge ma migliorare effettivamente la tutela dei propri lavoratori?

Su questo tema è intervenuto un recente interpello, l’Interpello n. 4/2015 del 24 giugno 2015 che ha infatti per oggetto la “risposta al quesito relativo alla formazione e valutazione dei rischi per singole mansioni ricomprese tra le attività di una medesima figura professionale”.

In questo caso la Commissione per gli interpelli, prevista dall’articolo 12 comma 2 del Testo Unico in materia di salute e sicurezza nel lavoro, risponde ad un quesito dell’ Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) che aveva inoltrato istanza di interpello per conoscere il parere della Commissione in merito alla formazione prevista dall'art. 37 del d.lgs. n. 81/2008, nonché alla ‘valutazione dei rischi specifici delle mansioni, nel caso in cui un lavoratore in possesso di formazione per lo svolgimento di una determinata attività venga adibito allo svolgimento di singole particolari mansioni, che tradizionalmente, e anche in base alla classificazione Istat-Isfol, costituiscono compiti o attività specifiche ricompresi nell'attività principale per la quale è stata erogata la formazione stessa’.
Nell’istanza l’ANCE indica che ‘a titolo esemplificativo, è questo il caso in cui un lavoratore dei settori delle costruzioni stradali venga adibito alla rifinitura del manto stradale, o alla gestione del traffico veicolare durante le operazioni di rifacimento di una corsia stradale, pur non essendo in possesso di una formazione specifica ‘ad hoc’ per tali singoli compiti, bensì avendo ricevuto una formazione specifica per ‘asfaltista’, figura professionale le cui mansioni comprendono, nella classificazione Istat-Isfol, anche quella suddetta di rifinitura del manto o le operazioni connesse alla realizzazione di opere stradali in senso lato’.

Come sempre la risposta della Commissione è preceduta da alcune premesse normative, con riferimento separato al tema della valutazione e della formazione.

Per quanto riguarda il quesito relativo alla valutazione dei rischi, la Commissione “evidenzia che a norma dell'articolo 28 del d.lgs. n. 81/2008 la valutazione redatta dal datore di lavoro deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori ed il relativo documento deve essere ispirato a criteri di semplicità, brevità e comprensibilità in modo da garantirne la completezza e l'idoneità quale `strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione’ e che nel documento redatto a conclusione della valutazione devono essere individuate le ‘mansioni che eventualmente espongono i lavoratori a rischi specifici che richiedono una riconosciuta capacità professionale, specifica esperienza, adeguata formazione e addestramento’”.

In relazione invece al quesito relativo alla formazione – “premesso che la stessa non può mai essere sostitutiva dell'addestramento, ove previsto da norme specifiche o evidenziato come necessario dalla valutazione dei rischi - la Commissione rileva:
- che la formazione prevista dall'articolo 37, comma 1, del d.lgs. n. 81/2008, cosi come definita per durata, contenuti minimi e modalità di erogazione dall'Accordo Stato-Regioni n. 221 del 21 dicembre 2011 ‘è distinta da quella prevista dai titoli successivi al I del d.lgs. n. 81/08 o da altre norme, relative a mansioni o ad attrezzature particolari’;
- che essa, a norma dell' Accordo Stato-Regioni n. 153 del 25 luglio 2012 ‘costituisce un percorso minimo e, tuttavia sufficiente rispetto al dato normativo, salvo che esso non debba essere integrato tenendo conto di quanto emerso dalla valutazione dei rischi o nei casi previsti dalla legge (si pensi all'introduzione di nuove procedure di lavoro o nuove attrezzature)’”.

Veniamo dunque alle risposte della Commissione per gli interpelli.

Innanzitutto, riguardo alla valutazione, si ribadisce ancora che “il documento di cui all'articolo 17, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 81/2008 redatto dal datore di lavoro a conclusione della valutazione dei rischi, secondo le indicazione degli articoli 28 e 29 del medesimo decreto, deve contenere la puntuale individuazione di tutti i rischi concretamente connessi al lavoro da svolgere e non può riferirsi astrattamente alla mansione attribuita al lavoratore”.
E da ciò discende “che anche l'adeguatezza della formazione per ciascun lavoratore - da considerarsi parte integrante dell'organizzazione del lavoro e da ricomprendersi tra le misure di prevenzione da programmare - è correlata alla valutazione dei rischi e deve essere periodicamente ripetuta in relazione all'evoluzione o all'insorgenza di nuovi rischi. Pertanto i contenuti e la durata della formazione specifica, cosi come indicati nel sopra citato Accordo Stato-Regioni n. 221 del 21 dicembre 2011 e come ribadito nell'Accordo Stato-Regioni n. 153 del 25 luglio 2012, costituiscono un percorso minimo che il datore di lavoro dovrà valutare se sufficiente o da integrare tenendo conto sia di nuove normative che di quanto emerso dalla valutazione dei rischi”.
E dunque – “fatto salvo l'obbligo della frequenza di corsi specifici ed aggiuntivi qualora la relativa formazione sia prevista da norme specifiche, come. ad esempio, quella di cui ai decreto interministeriale del 04/03/2013 relativa alla segnaletica stradale per attività lavorative svolte in presenza di traffico veicolare” – “nel caso in cui un lavoratore in possesso di formazione per lo svolgimento di una determinata attività venga adibito allo svolgimento di singole particolari mansioni, ricomprese nell'attività principale per la quale è stata erogata la formazione, la stessa può essere riconosciuta valida solo se all'interno del percorso formativo i rischi specifici, relativi alle particolari mansioni, sono stati adeguatamente trattati”.
E in ogni caso, con riferimento alla necessità di una formazione che sia erogata in relazione agli effettivi livelli e tipologie di rischio, “qualora i compiti affidati ad un lavoratore lo espongano di fatto a rischi diversi ed ulteriori rispetto a quelli che siano già stati oggetto di valutazione e di conseguente formazione, saranno necessarie sia una nuova valutazione dei rischi che una correlata formazione integrativa”.

lunedì 29 giugno 2015

modifiche per ADR, RID e ADN

modifiche per ADR, RID e ADN

ADR, RID e ADN
Decisione di esecuzione (UE) 2015/974 della Commissione, del 17 giugno 2015, che autorizza gli Stati membri ad adottare determinate deroghe, a norma della direttiva 2008/68/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al trasporto interno di merci pericolose [notificata con il numero C(2015) 4087] 

Sulla GUUE è stata pubblicata Direttiva 2014/103/UE della Commissione del 21 novembre 2014 che regola il trasporto delle merci pericolose, adeguando al processo scientifico gli allegati della direttiva 2008/68/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al trasporto interno di merci pericolose

Si tratta del terzo adeguamento biennale al progresso scientifico e tecnico degli Allegati I, II e III nelle sezioni dedicate all'ADR, al RID e all'ADN.

Le versioni modificate dell'ADR si applicheranno a partire dal 1° gennaio 2015 con un periodo transitorio che durerà fino al 30 giugno 2015 termine entro il quale gli Stati membri dovranno mettere in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva di modifica 2014/103/UE.

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Sistemi di gestione dell'energia


Sistemi di gestione dell'energia
UNI annuncia la pubblicazione e l'entrata in vigore di una serie di norme UNI in materia di Sistemi di gestione dell'energia.

Si tratta della
UNI ISO 50003:2015 -in vigore dal 18 giugno
Sistemi di gestione dell'energia - Requisiti per organismi che forniscono audit e certificazione dei sistemi di gestione dell'energia
La norma definisce i requisiti di competenza, congruenza e imparzialità nelle attività di audit e certificazione dei sistemi di gestione dell'energia (EnMS) per gli organismi che forniscono tali servizi: definisce il processo di audit, i requisiti di competenza per il personale coinvolto nel processo di certificazione dell'EnMS, la durata dell'audit e il campionamento dei multisito. Va utilizzata congiuntamente alla ISO/IEC 17021:2011 i cui requisiti si applicano anche alla presente norma.

UNI ISO 50004:2015 -in vigore dal 18 giugno 
Sistemi di gestione dell'energia - Linee guida per l'implementazione, il mantenimento e il miglioramento di un sistema di gestione dell'energia
La norma è applicabile ad ogni organizzazione, indipendentemente dalla sua dimensione, tipologia o localizzazione. Essa però non fornisce aiuto su come sviluppare un sistema integrato di gestione

UNI ISO 50006:2015 -in vigore dal 18 giugno
Sistemi di gestione dell'energia - Misurazione della prestazione energetica utilizzando il consumo di riferimento (Baseline - EnB) e gli indicatori di prestazione energetica (EnPI) - Principi generali e linee guida
Le linee guida nella presente norma sono applicabili ad ogni organizzazione indipendentemente dalla taglia, tipologia, localizzazione o livello di maturità nella gestione dell'energia.

UNI ISO 50015:2015 -in vigore dal 18 giugno
Sistemi di gestione dell'energia - Misura e verifica della prestazione energetica delle organizzazioni - Principi generali e linee guida
La norma definisce i principi generali e le linee guida per il processo di misura e verifica (M&V) della prestazione energetica di una organizzazione o di una sua componente. La presente norma può essere utilizzata indipendentemente o in combinazione con altre norme o protocolli e può essere applicata a tutte le forme di energia.

La prevenzione nei luoghi di lavoro

L’Unione europea è un ambiente molto variegato, eppure i Paesi che la compongono hanno diverse cose in comune. Come dimostra il tema della salute e sicurezza sul lavoro, non condividono soltanto i problemi, ma anche buona parte delle soluzioni, talvolta declinate con modalità differenti che possono riflettere le differenze culturali”. Hans-Horst Konkolewsky, segretario generale dell’Associazione internazionale di sicurezza sociale (Issa), ha aperto con questa riflessione il suo intervento al seminario su “La prevenzione nei luoghi di lavoro: un confronto tra esperienze europee”, organizzato dall’Inail a Roma, presso il Parlamentino dell’Istituto di via IV Novembre.

“Siamo a un punto di svolta”. “Le iniziative di prevenzione – ha aggiunto – oggi sono a un punto di svolta e devono affrontare una complessità maggiore, che riflette i profondi cambiamenti del mondo del lavoro e richiede un approccio diverso rispetto al passato. Questo nuovo scenario è influenzato dall’impatto dei processi di globalizzazione, di cui le migrazioni sono la manifestazione più evidente, e dal progressivo invecchiamento della forza lavoro, una novità che i nostri sistemi di sicurezza sociale non possono ignorare”.

“Grandi miglioramenti nella riduzione degli infortuni mortali”. Un altro aspetto particolarmente significativo, per il segretario generale dell’Issa, è l’importanza crescente delle questioni legate alla salute e al benessere dei lavoratori rispetto al tema classico degli infortuni. “Dal punto di vista dell’andamento infortunistico – ha spiegato – nell’ultimo decennio ci sono stati grandi miglioramenti, soprattutto nella riduzione degli infortuni mortali, mentre si registra un trend preoccupante sul fronte delle malattie professionali, come dimostrano i 187mila casi mortali legati a patologie lavoro-correlate che si stima si verifichino ogni anno nei 28 Paesi dell’Ue”.

“Le tecnopatie sono una specie di tsunami”. Per Konkolewsky “si tratta di una specie di tsunami che rischia di travolgerci e dobbiamo capire come affrontarlo”. A questo proposito, il segretario dell’Issa ha citato “alcune soluzioni interessanti” promosse a livello internazionale, a partire dal nuovo quadro strategico europeo 2014-2020, che ha inserito il miglioramento della prevenzione delle malattie professionali, e la necessità di affrontare i rischi nuovi ed emergenti senza trascurare quelli già esistenti, tra le sue tre sfide principali. Un’altra iniziativa significativa è quella varata lo scorso anno al XX Congresso mondiale sulla salute e sicurezza sul lavoro di Francoforte, “con l’accordo sulla ‘Vision Zero’, ovvero l’impegno collettivo per un mondo senza infortuni gravi e malattie professionali fatali”.

“Al G7 in Germania la proposta di un Vision Zero Fund”. Un ulteriore elemento di incoraggiamento, secondo Konkolewsky, è rappresentato dall’approdo della discussione su questi temi, spesso confinati nella nicchia degli esperti, ai più alti livelli decisionali. “Il G20 dello scorso anno in Australia – ha spiegato – si è concluso con una dichiarazione a favore di posti di lavoro più sicuri e salutari, per garantire allo stesso tempo la tutela dei lavoratori e livelli più elevati di produttività e crescita. Al G7 che si è tenuto a inizio giugno in Germania, invece, per la prima volta è stata riconosciuta la necessità di realizzare, nell’ambito del mondo globalizzato, catene produttive sostenibili ed è stata proposta la creazione di un fondo ‘Vision Zero’, per sostenere i Paesi che non hanno le risorse per dotarsi di sistemi di protezione dei lavoratori”.

I contributi di Dguv, Hse e Dwea. L’intervento del segretario generale dell’Issa è stato preceduto da due tavole rotonde che hanno offerto una panoramica attuale dei modelli di prevenzione applicati in Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Italia, sia per quanto riguarda gli specifici aspetti dell’analisi dei dati, della ricerca, della formazione, degli incentivi e della vigilanza, sia nella prospettiva particolare dell’assetto normativo e delle forme di cooperazione tra pubblico e privato. Oltre a rappresenti dell’Inail, in questa sede hanno portato il loro contributo rappresentanti di rilievo dell’Ente tedesco di assicurazione infortuni (Dguv), del Comitato esecutivo per la Salute e la sicurezza sul lavoro britannico (Hse) e dell’Agenzia danese per l’ambiente di lavoro (Dwea).

Rotoli: “Dal 2010 incentivi per un miliardo di euro”. In particolare, il direttore centrale Prevenzione dell’Inail, Ester Rotoli, nel corso della prima tavola rotonda – moderata dal presidente dell'Istituto, Massimo De Felice, e alla quale hanno preso parte anche Anders Christensen, consulente scientifico Wea, Karl-Heinz Noetel, consulente senior Dguv, e Kevin Myers, direttore generale Regolamenti Hse – ha ricordato che “dal 2010 l’Istituto ha messo a disposizione un miliardo di euro per finanziare le piccole e medie imprese nella realizzazione di interventi in materia di prevenzione e promuovere la salute e la sicurezza. Abbiamo cominciato nel 2010 con 60 milioni di euro a fondo perduto, per una copertura del 50% dei costi di ogni progetto accolto, per arrivare a oltre 267 milioni di euro stanziati nell’ultimo bando Isi 2014 e una copertura maggiorata al 65%”.

Bando Isi 2014: il 25 giugno l’invio delle domande. Grazie ai bandi Isi le aziende possono intervenire, così, in tutti gli ambiti di prevenzione: dall’ammodernamento e dalla sostituzione di macchinari e attrezzature fino all’adozione – nella totalità dei processi organizzativi – dei sistemi per la gestione della salute e sicurezza. “La partecipazione in questi cinque anni è sempre stata davvero grande – ha ricordato Rotoli – Il prossimo 25 giugno si svolgerà la fase di inoltro delle domande di accesso ai finanziamenti in relazione al bando 2014 e sono già più di 24mila le aziende che hanno prenotato il codice identificativo per potere ottenere gli stanziamenti. Tutto questo conferma la forte volontà del mondo imprenditoriale di investire in sicurezza e la consapevolezza del fatto che agire in tal senso conviene: un ‘messaggio’ che è stato recepito e interiorizzato perché restituire sicurezza al lavoratore significa, tra i tanti vantaggi, anche dotare l’azienda di maggiore competitività sul mercato”.

Il recepimento delle direttive comunitarie tra luci e ombre. Nel corso della seconda tavola rotonda – moderata da Luigi La Peccerella, già avvocato generale Inail, e alla quale sono intervenuti Dorthe Bjerrum Harrow, dirigente Wea, Walter Eichendorf, vice direttore generale Dguv, Kevin Myers, direttore generale Regolamenti Hse, e Francesco Battini, presidente Oiv dell’Inail – è stato espresso un generale timore in relazione al (frequente) mancato recepimento a livello di Stati membri del complesso di norme, regolamenti e standard promosso a livello comunitario. Se, infatti, la normativa interessa ormai la gran parte della materia legata alla salute e alla sicurezza sul lavoro, tuttavia, la mancata applicazione delle direttive rischia che tanto sforzo giuridico rimanga relegato a un livello di mero principio.

La Peccerella: “Essenziale un’adozione omogenea della normativa”. “L’esatto, corretto e tempestivo recepimento incide su due aspetti – ha sottolineato La Peccerella – Il primo è di carattere umano: il diritto a un livello essenziale di salute e sicurezza è uno dei capisaldi fondamentali della cittadinanza europea e dovrebbe essere garantito in maniera omogenea in tutti i Paesi Ue. L’altro aspetto è, invece, la divergenza della normativa in materia di salute e sicurezza da Paese a Paese, che può creare alterazioni del mercato”. Ne è esempio la direttiva Bolkestein, sulla libera circolazione dei servizi, che in una prima stesura prevedeva l’esportabilità della normativa del Paese d’origine su tutti gli aspetti che disciplinavano l’attività dei prestatori di servizi. “Una lunghissima discussione ha portato, tuttavia, al risultato di escludere la normativa in materia di prevenzione dal principio del Paese d’origine – ha affermato La Peccerella – Questo proprio a causa della disomogeneità dei livelli di tutela che, se ‘esportabile’, avrebbe potuto produrre effetti di alterazione del mercato e di dumping in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

fonte inail

domenica 28 giugno 2015

Infortuni sul lavoro e malattie professionali

50 anni dal Testo unico
Infortuni sul lavoro e malattie professionali: bilanci e prospettive a 50 anni dal Testo unico”: questo il titolo del convegno che si svolgerà il 30 giugno prossimo, presso l'Aula Magna dell'Università degli studi di Padova, su iniziativa della Scuola di Giurisprudenza - Dipartimento di diritto privato e critica del diritto, col patrocinio del ministero del Lavoro e delle politiche sociali e dell’Inail. L’evento è articolato in due sessioni e in una tavola rotonda conclusiva. La partecipazione è gratuita.

Fu emanato il 30 giugno 1965. Il convegno – promosso per celebrare i 50 anni dell’emanazione del decreto del Presidente della Repubblica n.1124 del 30 giugno 1965, “Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali” – vuole rappresentare un’occasione di riflessione su questo caposaldo della tutela sociale e sulla sua interpretazione a opera della giurisprudenza e della dottrina. La giornata rappresenterà, così, un’occasione per ripercorrere l’evoluzione della normativa in tema di tutela degli infortuni e delle malattie professionali e per delineare i futuri sviluppi della materia.

Un cardine della legislazione a tutela di infortunati su lavoro e tecnopatici. Il Testo unico rappresenta ancora oggi la più importante fonte legislativa per quanto riguarda la tutela degli infortunati sul lavoro e dei tecnopatici. Il provvedimento - che regola ampia parte delle attività dell’Inail - ha raccolto, infatti, la maggior parte delle norme che attualmente disciplinano l’assicurazione obbligatoria contro gli incidenti e le malattie di origine professionale. Pur nato mezzo secolo fa, oggetto di un lungo processo di riforme che ne ha progressivamente accentuato e valorizzato gli aspetti sociali - grazie alle integrazioni e modifiche apportate dalla legislazione successiva e dai numerosi interventi in senso evolutivo della tutela da parte della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione – il Testo unico ha visto garantito un suo costante adeguamento, che lo ha reso sempre più attuale e “fedele” ai suoi tempi.

I temi del confronto: dall'evoluzione normativa ai profili medico-legali. Il convegno di Padova analizzerà, dunque, questo processo complesso, cercando di delineare anche i possibili, futuri scenari evolutivi. Dopo gli indirizzi di saluto da parte delle autorità – a rappresentare l’Inail sarà il direttore regionale Veneto, Alessandro Crisci – alle ore 10,30 prenderà il via la sessione mattutina, nel corso della quale Luigi La Peccerella, già avvocato generale dell’Istituto, affronterà il tema “L’evoluzione normativa nei 50 anni del Testo Unico: profili sistematici e criticità”. Nel corso della sessione pomeridiana sono previsti, inoltre, gli interventi del vicedirettore centrale Prestazioni sanitarie e reinserimento, Giorgio Soluri – che illustrerà il tema “Dalla tutela del lavoratore alla tutela della persona: le prestazioni sanitarie – e del sovrintendente sanitario centrale, Angela Goggiamani, con la relazione “La tutela degli eventi lavorativi: profili medico-legali”.

Le prospettive del sistema di tutela. La tavola rotonda pomeridiana – dal titolo “Infortuni sul lavoro e malattie professionali: le prospettive del sistema di tutela” – sarà moderata da Marco Stancati, direttore della Rivista infortuni e malattie professionali dell’Inail. Parteciperanno al dibattito: Riccardo Vianello, professore dell’Università di Padova; Paolo Onelli, direttore generale della tutela delle condizioni del lavoro e delle relazioni industriali presso il ministero del Lavoro; Fabio Pontrandolfi, responsabile salute e sicurezza luoghi di lavoro di Confindustria; Alessandro Crisci, direttore regionale Inail Veneto; Sandro Giovannelli, direttore generale Anmil.

fonte inail

La prevenzione dei rischi sul lavoro

La prevenzione dei rischi sul lavoro
La prevenzione dei rischi sul lavoro passa anche per il confronto tra le esperienze dei diversi Stati europei”. Lo ha detto il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, aprendo venerdì mattina a Roma, presso il Parlamentino dell’Istituto di via IV Novembre, la giornata di studio patrocinata dall’Issa (Associazione internazionale di sicurezza sociale) sulle politiche di prevenzione attuate in Danimarca, Germania, Regno Unito e Italia.

Storie, soluzioni ed esperienze per un processo di studio condiviso. Dopo aver affrontato un anno fa il problema degli infortuni e delle malattie professionali in relazione all’attività di ricerca, riabilitazione e reinserimento, il seminario di quest’anno ha dato il via a un processo di studio pratico sulle politiche di prevenzione, attraverso la presentazione di storie, soluzioni, esperienze e progetti in fieri nei quattro Paesi al centro della discussione. L’approfondimento, in particolare, ha seguito due itinerari sviluppati in altrettanti tavoli di confronto: il primo incentrato su strumenti, metodi e tecniche – dall’analisi dei dati alla ricerca, dalla formazione agli incentivi e alla vigilanza – e il secondo sugli assetti istituzionali, che ha preso in considerazione le varie normative di riferimento e il ruolo di lavoratori e datori di lavoro nelle politiche attive di prevenzione.

De Felice: “Fondamentale il potenziamento dei database”. “Non sono temi nuovi – ha precisato a questo proposito De Felice – ma è utile, oltre a identificarli, definire operativamente le modalità di azione, studiarne le interrelazioni e comprenderne le modalità di coordinamento funzionale e temporale, per dare una fisionomia concreta alle politiche di intervento, decidendo quali azioni intraprendere, in quale successione, con quali mezzi, come dosare le risorse e con quali dati e tecniche valutarne i risultati”. Per il presidente dell’Inail “il punto focale riguarda il potenziamento dei database. L’analisi dei dati, infatti, è una precondizione per l’approntamento dei programmi di prevenzione, per individuare le aree di rischio, per definire le priorità nella scelta delle azioni, per valutarne l’effetto e introdurre correttivi. L’esperienza del nostro Istituto, documentata nei suoi quaderni di ricerca, potrebbe essere utile per avviare un confronto a livello europeo”.

“La confrontabilità dei risultati questione rilevante”. In questo confronto, secondo De Felice, assume un’importanza rilevante “il problema delle metodologie di analisi dei dati su infortuni e malattie, della loro condivisione e coordinamento, per la pubblicazione di risultati confrontabili”. Nel caso delle tecnopatie il problema è ancora più delicato perché “in linea di principio non è sempre possibile dare un criterio oggettivo per qualificare una malattia come di professionale”. Il “nesso causale”, che deve essere individuato per far dipendere la patologia da una causa dovuta all’attività lavorativa svolta, in generale non è infatti “accertabile con certezza, per il possibile concorso di più cause anche extra lavorative e per il peso, difficile da quantificare, delle correlazioni”.

“La vigilanza può contribuire a migliorare le politiche aziendali”. “La disponibilità di banche dati, procedure statistiche, in particolare di business intelligence, e protocolli per il risk management – ha aggiunto il presidente dell’Inail – sono strumenti da potenziare anche per rendere efficace l’attività di vigilanza. È riconosciuto che la vigilanza non possa più essere solo uno strumento sanzionatorio, ma debba essere rilevante nel processo complessivo di controllo e valutazione della rischiosità e di aiuto alle imprese, per fornire conoscenza sui cosiddetti ‘risk driver’ caratteristici dei macchinari e dei processi di lavoro”. Per De Felice, inoltre, “come per la vigilanza su banche, assicurazioni e imprese quotate, anche nella tutela della sicurezza dei processi di lavoro, la qualità dei controllati dipende dalla qualità dei controlli e dei controllori. Ispettori altamente qualificati, processi ben articolati e standardizzati possono essere strumenti efficaci per migliorare le politiche aziendali”.

“Non è facile costruire meccanismi incentivanti”. Un altro strumento al servizio della prevenzione è quello degli incentivi per le imprese che investono in sicurezza. A questo proposito, De Felice ha sottolineato che “non è facile costruire meccanismi automatici incentivanti, perché si possono creare effetti di ritorno perversi”, come dimostra “il meccanismo di bonus-malus che regola molti criteri di definizione del premio di assicurazione e può indurre a non denunciare o a ‘mascherare’ l’infortunio”. Per il presidente dell’Inail, “diversa è la tecnica del finanziamento di progetti specifici, finalizzati a rendere più sicuri macchinari, prassi e processi di lavoro”, come quella adottata dall’Istituto attraverso i bandi Isi, perché “è un’azione che può avere effetti non solo sulla sicurezza, ma anche sul miglioramento dell’efficienza produttiva e, più in generale, sulla crescita economica e culturale delle aziende”.

Rampi: “Momento di scambio da istituire in via permanente”. Dopo l’intervento di De Felice, a esporre una sintetica comparazione tra i sistemi di prevenzione contro i rischi professionali di Danimarca, Germania, Regno Unito e Italia è stato il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inail, Francesco Rampi. “Il confronto che abbiamo realizzato, data la complessità e la vastità della materia, ha dovuto procedere per necessarie semplificazioni che, tuttavia, hanno evidenziato molte e interessanti opportunità d’analisi – ha affermato Rampi – Da tale punto di vista, pertanto, non posso che auspicare che questa occasione di scambio sia istituita in via permanente”. Per quanto riguarda la metodologia applicata, la comparazione ha proceduto lungo i due “binari” della ricerca documentale e dell’incontro con le istituzioni dei differenti Paesi, da una parte, e dell’interpretazione delle strategie nei vari contesti socio-economici, dall’altra, per individuare eventuali convergenze e difformità.

"Nella comparazione evidenziati un grosso nucleo di omogeneità e diverse differenze di fondo". “In termini di prevenzione degli infortuni, la comparazione con Paesi quali Regno Unito, Germania e Danimarca, che hanno sistemi politici e organizzativi così diversi dal nostro, evidenza un grosso nucleo di omogeneità, ma anche alcune differenze di fondo – ha valutato Rampi – In merito al principio generale alla base dei diversi sistemi di sicurezza sul lavoro, questo è sostanzialmente uguale per tutti i sistemi considerati: ovvero, il datore di lavoro deve adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica, la personalità e il benessere psicologico dei lavoratori”. Se questa essenziale “matrice” è di valore comune, sono naturalmente più differenziate – a volte anche in modo significativo – le varie modalità messe in atto a livello di singolo Stato.

L’analisi dei diversi corpus normativi. Particolarmente utile è stato, così, il confronto sull’assetto generale in relazione al quale è declinato il principio della prevenzione. In Danimarca, per esempio, quest’ambito trova sostanza in un corpo normativo molto dettagliato composto da 27 linee guida, che fanno riferimento a parole chiave quali “finanziamento”, “informazione”, “assistenza” e “formazione” e sul focus mirato dell’innovazione dell’organizzazione del lavoro. Anche il Regno Unito ha un corpo significativo di linee guida, nel quale tuttavia spicca – come parola chiave aggiuntiva – la “ricerca”, intesa in particolare come attività “ex post”, stimolata a seguito di infortuni e tragedie alle quali si propone di proporre soluzioni. Se in Germania la prevenzione è materia disciplinata da normative secondarie – anche emanate da istituti assicurativi – e la ricerca è intesa come studio a tutto campo, sia sull’organizzazione del lavoro che sull’innovazione delle tecnologie utilizzate, in Italia vige, invece, il Testo unico sulla sicurezza (dlgs 81/2008), cui si accompagna un ventaglio di altri fattori di rilievo: dagli incentivi di carattere economico, alla ricerca orientata alla prevenzione, alla premialità di carattere assicurativo.

I soggetti titolari in materia di salute e sicurezza. Preziosi sono stati anche gli esisti della comparazione relativa alla titolarità in materia di salute e sicurezza sul lavoro: esclusivamente dello Stato centrale in Danimarca; dello Stato centrale con un regime specifico per l’Irlanda del Nord nel Regno Unito: dello Stato centrale e delle Regioni e Province autonome in Italia; dello Stato federale, dei Länder e degli Istituti assicuratori in Germania. Anche i sistemi assicurativi variano, così, da Paese a Paese: mentre in Germania e Italia vige un monopolio pubblico, in Danimarca viene stipulata una polizza con le compagnie private sulla base di “contratto tipo” fissato per legge e il Regno Unito è caratterizzato da un sistema misto che contempera, insieme, un livello minimo garantito dalla fiscalità generale e una polizza stipulata con compagnie private in relazione a un contratto tipo fissato dalla legge.

Le diversità degli assetti sanzionatori. Sempre in questa prospettiva di macro-analisi, differenze più marcate interessano i diversi sistemi sanzionatori. In Danimarca l’Agenzia per l’ambiente di lavoro (Dwea) commina sanzioni che vanno dal semplice invito a risolvere il problema fino alla chiusura dell’attività per i recidivi o gli inadempienti, così come nel Regno Unito il Comitato esecutivo per la Salute e la sicurezza sul lavoro (Hse) assegna sanzioni che, nei casi di recidività o inadempienza, possono portare alla chiusura dell’attività. In Germania, invece, gli ispettori svolgono un’attività di consulenza che, se non attuata, dà luogo a sanzioni pecuniarie e nei casi più rilevanti all’arresto, mentre in Italia vige un sistema articolato basato su tre direttrici: il Servizio ispettivo e il Servizio sanitario che svolgono funzioni di ufficiale giudiziario e comminano sanzioni; l’Inail Ricerca che rilascia, o nega, omologazioni per attrezzature e impianti; i Vigili del fuoco e il ministero dello Sviluppo che rilasciano o negano autorizzazioni di esercizio.

“Agire sulla prevenzione come buona organizzazione del lavoro”. “Le similitudini, ma anche i differenti approcci, evidenziati nel corso di questo seminario e in occasione del suo studio preliminare ci fanno comprendere che per raggiungere un contenimento realmente quanti-qualitativo degli infortuni è necessario agire sulla prevenzione intesa, in primis, come buona organizzazione del lavoro – ha osservato Rampi a margine del proprio intervento – Tutto questo, per quanto riguarda l’azione dell’Inail, si tradurrà nella promozione di grandi investimenti nella ricerca ai fini dello svolgimento di una forte azione di consulenza nei confronti delle imprese in materia di riadattamenti, modifiche e riorganizzazione dei processi produttivi orientati alla questione della salute e sicurezza”. Stesso sforzo interessa anche il fronte delle malattie professionali, per le quali “l’intervento ‘contenitore’ è sempre la ricerca – ha precisato il presidente del Civ – sia sull’organizzazione del lavoro, sia su materiali e materie prime utilizzate”.

fonte inail

sabato 27 giugno 2015

formatore sicurezza lavoro

’ingegnere che svolga professionalmente la propria attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro
L’ingegnere che svolga professionalmente la propria attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro, potrà assumere l’incarico di docente nei corsi di formazione a condizione che documenti il possesso dei criteri di cui al decreto 6 marzo 2013, per ciascuna tematica per la quale voglia svolgere attività di docenza. 
E’ quanto risponde il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con interpello n. 2 del 25 giugno 2015, all’istanza presentata dall’Ordine degli Ingegneri. 
L’ingegnere che svolga professionalmente la propria attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro, potrà assumere l’incarico i docente nei corsi di formazione per datore di lavoro che svolga i compiti di responsabile del servizio di prevenzione e protezione, lavoratori, dirigenti, preposti, a condizione che documenti il possesso dei criteri di cui al decreto 6 marzo 2013, per ciascuna tematica per la quale voglia svolgere attività di docenza. 
E’ quanto risponde il Ministero del Lavoro al Consiglio Nazionale degli ingegneri con interpello n. 2/2015. Nell’istanza avanzata si è richiesto appunto, il parere in merito alla identificazione dei requisiti che devono essere posseduti dai docenti nei corsi di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. La risposta è da ricercare nel decreto interministeriale 6 marzo 2013 in vigore dal 18 marzo 2014 che individua i requisiti richiesti e la cui dimostrazione è a carico del docente.

Interpello
24/06/2015 - n. 2/2015
destinatario: Consiglio Nazionale degli Ingegneri
istanza: criteri di qualificazione del docente formatore in materia di salute e sicurezza sul lavoro
formatore

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E' piu' pericoloso andare al lavoro o combattere in guerra

La domanda viene spontanea e' piu' pericoloso andare al lavoro o combattere in guerra ????

Maurizio Sacconi chiede Semplificazioni più coraggiose per sicurezza lavoro

venerdì 26 giugno 2015

incentivi alle imprese

click daySi è tenuto oggi dalle 16 alle 16.30 il “click day” per l’assegnazione con procedura “valutativa a sportello” degli oltre 267 milioni di euro a fondo perduto che l’Inail ha messo a disposizione delle aziende per sostenere la realizzazione di interventi di prevenzione, l’adozione di modelli organizzativi orientati alla sicurezza e la sostituzione o l’adeguamento delle attrezzature di lavoro. Circa 23.000 gli utenti che hanno inserito il codice identificativo nei trenta minuti di apertura dello sportello telematico. Lo stanziamento rappresenta la quinta tranche di un finanziamento complessivo pari a oltre un miliardo di euro che l’Inail ha messo a disposizione a partire dal 2010. Il sistema di finanziamento ISI si conferma quale importante strumento di sostegno economico alle imprese con una copertura dei costi di ogni progetto ammesso al finanziamento, che anche quest’anno è stata mantenuta al 65% fino a un massimo di 130.000 euro. Il contributo economico è stato assegnato nei limiti dei budget regionali secondo l’ordine cronologico di arrivo delle domande, che sono state presentate in modalità telematica dalle aziende i cui progetti hanno superato la prima fase, che si è svolta dal 3 marzo al 7 maggio 2015, e quindi ottenuto il codice identificativo. Gli elenchi cronologici comprensivi di tutte le domande inoltrate oggi attraverso lo sportello telematico, con l’indicazione di quelle collocate in posizione utile per l’accesso al contributo, saranno pubblicati entro il 1° luglio sul sito Inail, nella sezione “incentivi alle imprese”.

LINEE VITA

LINEE VITA
CANTIERI – TITOLO IV: LINEE VITA

Vorrei sapere se l’obbligo di allestire linee vita per la manutenzione delle coperture dei fabbricati è sancito da una Legge Regionale?
Il riferimento è la Legge regionale 14 luglio 2009, n. 20 «Snellimento delle procedure in materia di edilizia e urbanistica» (BURP 16 luglio 2009, n. 28) che, all’art. 15 (Norme in materia di sicurezza), introduce, in fase di ampliamento o ricostruzione degli edifici, l’obbligo di prevedere dispositivi utili a garantire la sicurezza in fase di manutenzione ordinaria e straordinaria del manufatto in tempi successivi all’ultimazione dello stesso. Sono fatti salvi tutti gli obblighi previsti dalla normativa vigente in materia di sicurezza.
La Regione Piemonte con la modifica all’art. 15 della LR 20/09, disposta con l’art. 86 comma 14 della LR n. 3 del 25.3.2013 – BURP 28 marzo 2013, n. 13, ha disposto l’obbligo di installazione di apprestamenti di prevenzione di tipo permanente in dotazione all’opera:
- per le nuove costruzioni con tetti con altezza in gronda superiori ai 3 metri
- per gli interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo o ristrutturazione che interessino una copertura (con altezza in gronda maggiore di 3 metri) che comportino interventi strutturali.
In caso di effettuazione di soli lavori di manutenzione ordinaria non è obbligatoria l’installazione di apprestamenti permanenti.
La legge regionale entrerà in vigore 60 giorni dopo la pubblicazione del “regolamento tecnico” che definirà le modalità attuative e i dettagli tecnici per l’installazione dei dispositivi permanenti.
Da quanto sopra esposto, risulta che, al momento, l’obbligo generale di installare i dispositivi permanenti, seppur vigente, non è ancora operante in quanto non è stato ancora emanato il “regolamento tecnico”, ma vige comunque l’obbligo di garantire che tutti i lavori in quota o svolti sulle coperture, anche i più piccoli e brevi, debbano avvenire garantendo adeguate condizioni di sicurezza per gli addetti.

Nel caso di nuova costruzione di un edificio residenziale plurifamiliare è necessario installare le cosiddette “linee vita”?
Nell’ambito di una nuova costruzione il Coordinatore della sicurezza nella relazione del fascicolo dell’opera di cui all’art. 91 comma 1 lettera B del D.lgs. 81/08 deve individuare le misure preventive e protettive in dotazione dell’opera e di quelle ausiliarie per interventi di manutenzione.

La Linea Vita in Regione Piemonte è obbligatoria?
La Regione Piemonte, con la modifica all’art. 15 della LR 20/09, avvenuta con l’art. 86 comma 14 della Legge Regionale n. 3 del 25/03/2013, BURP 28/03/13, ha disposto l’obbligo di installazione di misure di prevenzione e protezione di tipo permanente in dotazione all’opera per le nuove costruzioni con tetti con h della linea di gronda > 3 m, per interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione che interessano la copertura (> 3 m) con interventi strutturali. Tali misure possono essere costituite da linee vita, ganci di ancoraggio, parapetti fissi attorno alla copertura, predisposizione di un ponteggio o parapetti provvisori.

Chi deve progettare la Linea Vita?
Si può parlare di diversi livelli di progettazione:
- progettazione dell’accesso e della tipologia di dispositivi da installare, ad esempio a cura del coordinatore per la progettazione o esecuzione (per stesura e aggiornamento fascicolo); il CSP - CSE dovrà, ad esempio, prevedere delle prove di collaudo del sistema secondo 795 e prescrivere l’adesione alle istruzioni per l’uso del produttore; in assenza di prove, la 795 prevede un calcolo da parte di ingegnere che attesti che tutti gli ancoraggi strutturali siano in grado di sopportare il doppio della forza massima prevista.
- progettazione della linea vita da parte del costruttore; se questo intende seguire la UNI EN 795, deve attenersi alla normativa tecnica di riferimento per la produzione, commercializzando prodotti conformi alla stessa.
Per maggiori chiarimenti si rimanda al regolamento tecnico di cui al primo quesito.

Chi può montare una Linea Vita?
Un installatore in possesso di idoneità tecnico professionale, secondo l’art. 90 comma 9 e allegato XVII del D.lgs. 81/08, che, per la parte di propria competenza (seguendo il progetto), ne risponde ai sensi dell’art. 24 del decreto stesso.

Chi deve verificare una Linea Vita?
La verifica finale fa parte della corretta installazione e quindi è di competenza dell’installatore. Sulle verifiche successive occorre fare riferimento alle indicazioni fornite dal costruttore nelle istruzioni d’uso.

In un nostro cantiere in provincia di Torino, in cui stiamo ultimando una palazzina di due piani, durante la costruzione del tetto è stata posata una linea vita sul colmo. Vorrei sapere se possiamo procedere ad installare i pannelli solari (una giornata circa di lavoro con due operatori), avvalendoci soltanto della linea vita o se dobbiamo realizzare un ponteggio con parapetto?
Nel tentativo di fornire una risposta completa al quesito posto, è corretto analizzare di seguito gli obblighi del datore di lavoro dettati dal D.lgs. 81/08 e smi in relazione ai lavori temporanei da svolgere in quota, citati nel Titolo IV, capo 2.
Il primo riferimento è quello all’art. 111 comma 1, che, nel caso di lavori temporanei in quota, prevede un obbligo di “scelta” in capo al datore di lavoro delle attrezzature di lavoro più idonee a garantire e mantenere (nel tempo) condizioni di lavoro sicure. L’attività di “scelta” è evidentemente subordinata ad un processo di valutazione dei rischi che tenga conto dei criteri dettati nelle lettere A e B seguenti, ovvero della priorità delle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale (A) e alle dimensioni delle attrezzature di lavoro confacenti (… B).
La prima osservazione è che la normativa attribuisce alle misure di protezione collettiva (come già indicato nelle misure generali di tutela dell’art. 15 comma 1 lettera I) un “valore“ di sicurezza maggiore rispetto alle misure di protezione individuale, tanto da considerare l’adozione delle prime prioritaria rispetto alle misure di protezione individuali. In poche parole nei lavori in quota, la normativa afferma che nella “valutazione del rischio” bisogna dare priorità all’utilizzo di ponteggi o par aspetti provvisori piuttosto che a imbracature di sicurezza collegate a idonei punti di ancoraggio. La scelta in favore ai dispositivi di protezione collettiva
per i lavori in quota è anche dettata dalle disposizioni dettate dall’art. 148 del decreto, relativamente ai lavori “speciali” da eseguire sulle coperture.

Nonostante questo principio, si ritiene che non possa comunque essere esclusa la possibilità di utilizzo di misure di protezioni individuali per i lavori in quota, in quanto espressamente previste dall’art. 115 comma 1, laddove viene indicato che quando nei lavori in quota non sono state adottate misure di protezioni collettive, è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione individuale. Estrema applicazione di questa “deroga” si ha appunto con le
disposizioni concernenti l’impiego di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi.
Si segnala che l’impiego di dispositivi di protezioni individuali contro le cadute dall’alto, è comunque subordinato al possesso di requisiti specifici quali ad esempio, quelli di formazione ed addestramento ed idoneità degli addetti con predisposizione di procedure da adottare anche in caso di emergenza e di soccorso.

Si consideri altresì che l’evoluzione normativa di varie regioni italiane, tra le quali la Toscana, il Veneto, la Lombardia, la Sicilia, l’Umbria, la Liguria, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino e la Provincia di Bolzano, ecc. compresa la Regione Piemonte con la modifica alla LR 20/2009, con l’obiettivo di tutelare i lavoratori che operano in quota, hanno, con disposizioni diverse, previsto l’adozione di misure di protezione in dotazione all’opera da utilizzare proprio con l’utilizzo di dispositivi di protezione individuali. Per la Regione Piemonte i requisiti delle misure di protezione in dotazione all’opera, anche per la realizzazione di impianti con pannelli per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sono demandati ai contenuti del Regolamento, attualmente non ancora pubblicato. L’evoluzione tecnica degli ultimi anni inoltre, ha portato sul mercato la disponibilità di vari tipi di soluzioni per la protezione degli addetti ai lavori in quota, quali punti di ancoraggio, linee vita, funi, dispositivi retrattili, imbracature, assorbitori di energia, ecc. costruiti in adempimento alla normativa tecnica specifica.

Tornando al processo di valutazione dei rischi citato, si demanda, in conclusione, l’adozione delle corrette misure di prevenzione e protezione contro il rischio di caduta dall’alto, alle scelte del datore di lavoro per ciascun singolo caso, considerando appunto le priorità dettate dall’art. 111 comma 1 A, ma anche, ad esempio, la durata dell’intervento (limitato tempo di esposizione), lo stato di formazione, di abilitazione e di idoneità dei propri lavoratori, le misure di protezione presenti sull’edificio e le sue caratteristiche (tipologia copertura, pendenze, ecc)
e la possibilità di adozione di adeguate misure da adottare in caso di emergenza.
(Nel caso di specie, ad esempio, la soluzione prospettata potrebbe non essere adeguata se la linea di ancoraggio fosse stata progettata solo per l’utilizzo da parte di un numero di lavoratori inferiore a quello richiesto per la posa dei pannelli e per le misure di emergenza).
Qualora sussistessero tutte le condizioni favorevoli sopraindicate, l’utilizzo delle linee vita e dei punti di ancoraggio sulla copertura per l’installazione dei pannelli fotovoltaici potrebbe ritenersi giustificato in vece di altri sistemi, ovviamente il processo di valutazione dovrà essere esplicitato nel piano operativo di sicurezza, redatto per i lavori in esame.

 Info.Sicuri  è un servizio della Regione Piemonte che si pone l’obiettivo di fornire a tutti i soggetti portatori di obblighi e responsabilità (datori di lavoro, responsabili e addetti alla sicurezza, dirigenti, preposti, professionisti, lavoratori e loro rappresentanti) informazioni utili sulla normativa a tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.